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CALCIO, RECUPERIAMO LA SUA ANIMA POPOLARE

News del 14-07-2010

Il disastro della spedizione sudafricana richiede forti investimenti sui vivai.- E' il capitano spagnolo Casillas a sollevare al cielo la Coppa del Mondo. E dopo 80 anni di mondiale, la Spagna è per la prima volta campione del mondo. Mentre a Johannesburg vince il progetto sportivo del calcio iberico, a Roma il nuovo corso della Nazionale italiana riparte con una decisione dal sapore “vecchio” e inefficace. Dopo il fallimento dei Mondiali del 1966 la Federcalcio chiuse le frontiere agli stranieri; dopo il flop degli Azzurri di Lippi in Sud Africa si riparte con la riduzione da due a uno del numero di calciatori extracomunitari che le società professionistiche possono far arrivare dall’estero ogni stagione. La battaglia sugli stranieri è persa in partenza e rischia di essere di retroguardia in una società sempre più multirazziale. E’ certamente giusto stabilire misure severe per evitare la tratta dei baby-calciatori dall'Africa o dal Sudamerica ma il vero problema è di altro genere: occorre investire di più e meglio sui settori giovanili e sui vivai. Di riflesso,... <!--pagebreak-->questa... <!--pagebreak-->decisione, presa velocemente dai vertici del “sistema” calcio italiano, equivale al grido “Il re è nudo”, ne svela l’ennesima ipocrisia e si presenta come una sconcertante “sindrome da smarrimento” che corrode soprattutto le società sportive, gli appassionati, i tifosi, i giovani. Un calcio vecchio, come si vede, che non potrà fare a meno di ripartire da un forte e convinto investimento sui vivai, senza chiusure antistoriche nei confronti degli stranieri. Un dato scoraggiante per l’Italia è la percentuale dei giocatori che sono cresciuti nel vivaio: il 21% in Europa, il 12,8% in Italia. C'è una legge approvata durante il “governo Veltroni” che obbliga a destinare una cifra non inferiore al 10 per cento degli utili di fatturato ai settori giovanili: ma chi la rispetta? Chi la fa rispettare? Il Barcellona investe ogni anno 15 milioni di euro per il settore giovanile, l'Arsenal dieci. Un club italiano quando investe? Già nell’estate del 2006, il commissario della FIGC, Guido Rossi, aveva capito bene che il vero problema del calcio italiano era quello del settore giovanile.... <!--pagebreak-->Infatti, l’Italia calcistica aveva smesso da diversi anni di investire sui giovani. Preferiva comprare all’estero il campioncino già formato. Rossi promise di dedicarsi, una volta esauriti i processi sportivi di “calciopoli”, a riscrivere il quadro normativo del nostro sport più popolare. Purtroppo è rimasta solo una bella promessa. Tra le misure ipotizzate c’era l’obbligo per ogni società professionistica di avere in rosa un certo numero di giovani calciatori “fabbricati” in casa, col duplice scopo di dare maggiori opportunità ai nostri ragazzi più promettenti e di mettere un freno all’ingaggio di mediocri e costosi stranieri. Quella norma sull’impiego di giovani calciatori locali doveva valere in modo particolare nei campionati di calcio dilettantistico, poiché avrebbe costretto le piccole società di paese a mettere in piedi efficienti settori giovanili, cosa che oggi non fanno quasi mai. Ne sarebbero derivate tre conseguenze interessanti: limitare i costi di gestione dei piccoli club; concedere l’opportunità di fare sport a un maggior numero di ragazzi del luogo; rinsaldare il... <!--pagebreak-->legame tra ciascun club, il proprio territorio e la comunità che lo abita. Così come sono oggi, i piccoli club locali, con le rose infarcite di “mercenari” e mestieranti agli sgoccioli di carriera, hanno perso la loro identità e la loro forza attrattiva per i giovani. Bisogna rendersi conto che così com’è oggi - il calcio “minore” ha perso le chiavi dell’anima popolare, - diventando una cattiva imitazione del circo professionistico con tutti i suoi difetti. Ora nasce l’urgenza di “governare” “il dopo” sud Africa, ma soprattutto di impostare la prospettiva di un vero rinnovamento che consiste nel ridisegnare un modello di impresa calcistica che restituisca dignità al calcio, ridisegni il rapporto tra sport e risorse finanziarie, elabori un equilibrato quadro giuridico tra soggetti istituzionali interni ed esterni al calcio con la collaborazione del Coni e l’alta regia del Governo con l’obiettivo di arrivare all’approvazione di una legge-quadro dello sport italiano. Per uscirne con dignità e consapevolezza culturale urge un soprassalto di coscienza che vinca la tentazione dei... <!--pagebreak-->piccoli aggiustamenti e delle “pezze” calde. Solo una “buona coscienza” ha la forza di far fronte, con equilibrio e buon senso, a mettere mano ad una ricostruzione morale del calcio italiano a partire dalle macerie, come dopo un terremoto. La via maestra da seguire non è una generica ricognizione della vicenda, il cambio dell’allenatore o la limitazione del tesseramento degli stranieri. ma la presa d’atto, stanti i fatti, del fallimento di un progetto calcistico logoro e vecchio. Per dirla in altre parole, alla base del “disastro” del risultato sportivo sudafricano c’è, al di là delle questioni tecniche contingenti, anche il logoramento dell’intero modello sportivo italiano. Ne sono prova due elementi: al vertice del sistema la carenza di campioni, come dimostrano i deludenti risultati olimpici; alla base, la stagnazione del numero di atleti appartenenti al mondo delle Federazioni, e la preoccupante crescita del cosiddetto abbandono precoce. La radice del problema è in un sistema sportivo che, evidentemente, ha difficoltà ad ampliare la platea dei propri ragazzi, appassionandoli e... <!--pagebreak-->formandoli tutti, campioni e non campioni. Bisogna lavorare sulle persone, sui giovani, sulle società sportive affinché il fenomeno “calcio” ritrovi presto lo slancio ideale e un’etica salda, tornando ad essere uno strumento significativo ed esemplare per i ragazzi e per la società civile. Uno sport che educhi ai valori fondamentali della vita – assunzione di responsabilità, senso di giustizia, rispetto delle regole e via dicendo – non è cosa facile da concretizzare, e gli allenatori lo sanno benissimo. Più che di regole, è questione di passione educativa. Il grande calcio avrà davvero la voglia e la determinazione per riposizionarsi in questa prospettiva? Edio Costantini Fonte: PiuVoce.Net del 13.07.2010

 

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